venerdì 24 luglio 2009

Nicolini: "Tutti e ttre i candidati hanno capito che serve un nuovo inizio"

Intervista a Renato Nicolini

Non si sa se alla fine l’ex Assessore alla cultura di Roma, Renato Nicolini, sarà o no della partita nella corsa alla segreteria del Partito Democratico. Già membro dell’Assemblea Costituente del Pd, e tesserato nel 2009 per partecipare al Congresso, a l’Altro però Nicolini spiega come si immagina il nuovo Pd e di quali doti positive siano portatori i candidati in corsa per la segreteria.

Che notizie ci sono per quanto riguarda la sua candidatura?

“Mi pare complicato riuscire a raccogliere le 2000 firme e consegnarle stasera (Ieri ndr) a Sant’Andrea delle Fratte. So che a Gela, in Sicilia, hanno firmato per la mia candidatura un centinaio di persone. Certo Garibaldi ce la fece con 1000 a me basterebbe poco più”.

Che cosa non va nel Pd ?

“L’errore è stato fatto alla partenza. Siamo sempre alla fusione Ds e Margherita. Il cocktail non è riuscito bene. Basta guardare al numero finale di iscritti. Se il risultato è inferiore alla somma delle parti in causa allora vuol dire che l’operazione non è riuscita. Dai dati forniti dal Pd che abbiamo letto sui giornali che parlano di un numero di iscritti finale che arriva a 700.000 siamo ben sotto alla somma di iscritti che Ds e Margherita avevano al momento dello scioglimento, circa un milione se non sbaglio. Anche nella corsa alla segreteria emerge ancora questa fusione non riuscita che si esemplifica nella corsa di un ex Ds e un ex Margherita. E poi c’è questa strana voglia di voler somiglire agtli Stati Uniti anche nella grafica e nell’uso delle parole come ‘Democratic Party’”.

Quali sono i riferimenti che vorrebbe per il nuovo Partito?

“Credo che sarebbe giusto un riferimento all’America letta alla rovescia e a quel cinema hollywoodiano capace di raccontare realmente che cosa furono gli Stati Uniti. Ma anche alla grande stagione di lotte democratiche degli anni 60’ e 70’ in Italia, quella dei consigli di fabbrica, della rivoluzione dei 30 e lode e quella dell’occupazione di Architettura del 63’. Lì si chiedeva un’istruzione diversa, migliore. Un altro riferimento importante è il concetto di libertà comunista espresso da Galvano della Volpe.”

Perché non hanno prevalso quella parte di sinistra e quei riferimenti culturali?

“Il 68’ da un certo punto di vista è stato conclusivo per le lotte studentesche degli anni 60 (e forse non al livello più alto) e l’inizio di qualcosa che è andato oltre la politica nel rifiuto del organizzazioni collettive che si protrasse poi per tutti gli anni 70’ e che sopravvive ancora oggi.
In sostanza il movimento imputò al Pci di essere anacronistico ben prima del crollo del muro di Berlino. Il Pci allora agì prima in modo opportunistico e poi con la chiusura ecumenica che sfociò nell’espulsione del gruppo del manifesto. Fu quello il momento della nascita di una consistente sinistra extraparlamentare.”

Cosa si aspetta dal congresso del Pd?

“In Italia oggi è aperta una grande questione democratica che è rappresentata dall’attacco a tutte le autonomie: la magistratura, l’Università, il Teatro, il Cinema, la Rai, il lavoro intellettuale. Tutti questi ambiti sono trattati secondo il motto reaganiano, “affama la bestia finché non sarà mansueta”. Tanto per fare un esempio, dopo un articolo come quello pubblicato da Giavazzi sul Corriere della Sera in cui si dice che se chiude il 20% delle università italiane è una buona notizia, un grande partito sarebbe dovuto scendere in piazza. Sa cosa avrei fatto io al posto dei dirigenti del Pd?”

Cosa?

“Se diventassi segretario del Pd oggi, organizzerei immediatamente un grande sciopero generale della Cultura. Farei incrociare le braccia a tutti coloro che lavorano in Rai, nel cinema, nel teatro, nelle scuole e nelle università. Ma farei scioperare anche i lavoratori di siti archeologici. Farei questo per fare capire come ci si confronta e cosa vuol dire relazionarsi con la cultura. Nel 2011, tanto per andare sul concreto, il Ministero della Cultura non avrà più i fondi per fare nulla se non pagare gli stipendi per i propri dipendenti. Ci vuole una grande scelta per l’autonomia e se si parte da qui allora il Federalismo assume un significato, altrimenti in chiave leghista è solo il rifiuto preventivo del rapporto con i propri difetti”.

Per parlare a larghe fasce di popolazione però non basta la cultura. Cosa dovrebbe fare il Pd per essere un grande partito popolare?

“Ripeto, secondo me un grande esempio restano le esperienze delle amministrazioni locali degli anni 70’. A Massenzio a vedere i film del grande cinema d’autore si ritrovavano il cinephile e il ragazzo di borgata. Ciascuno prendeva da quei capolavori qualcosa che poi gli restava. E’ questa la funzione dell’Arte, la capacità di generare tanti modelli diversi.”

Cosa pensa degli altri candidati in campo?

“Intanto ci tengo a dire che in una competizione per la segreteria nazionale del Pd ci debba sempre essere un vincolo di fraternità. Marino mi sembra un candidato interessante perché è la prova del fatto che non basta la componente ex Ds e quella ex Margherita a rappresentare tutto il campo democratico ma serve una parte libertaria e laica. Tutti però hanno capito che il Pd è partito male. Bersani ha dato una prospettiva diversa sulle alleanze che mi sembra più convincente rispetto a quella vocazione maggioritaria di Veltroni. Di Franceschini invece ho un bellissimo ricordo come Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara.”

Dopo 15 di Berlusconismo lei che idea si è fatto su quanto dovrebbe fare il Pd e il centrosinistra in futuro.

“Anche qui c’è molto da fare. Berlusconi è ancora Presidente del Consiglio e già si parla di post Berlusconi. Anziché prospettare un progetto culturale si sentono vari nomi che potrebbero succedergli da Draghi a Fini. La sinistra o il centrosinistra non mi sembrano però avere un progetto chiaro sul futuro del Paese. Berlusconi ha vinto, ricordiamocelo sempre, per l’uso politico che ha fatto delle sue televisioni e per la cultura facile, superficiale ed edonistica che ha saputo rappresentare. E’ sul terreno culturale che va combattuta la sfida e anche dalle nostre parti forse ha dato un po’ fastidio il fatto che si sia fatto un uso alle volte troppo politico delle iniziative culturali. Da Assessore alla Cultura del Comune di Roma non sono mai salito su un palcoscenico, eppure non è che non fossi capace a parlare in pubblico.”

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