C’era una volta il “Il Congresso”. Quello del Pci, Pds, Ds si intende. E c’era anche quello degli eredi della Dc nel centrosinistra, popolari prima e diellini poi. E di questi tempi, ovvero al momento del voto degli iscritti delle sezioni sulle mozioni congressuali, non mancava mai un bell’articolo su qualche grande giornale che rimarcasse il grande evento democratico elogiandone riti e contenuti. Ma che cosa è cambiato e in che cosa diverge la Convention, così si chiama oggi, del Partito democratico da quei “vecchi” congressi che però così tanto entusiasmo potevano suscitare anche tra gli osservatori?
Partiamo dalla base: i Ds erano un partito formato da oltre 4.500 sezioni con 600.000 iscritti. La Margherita, malgrado si sospettasse un tesseramento un po’ gonfiato, denunciava come ultimo dato ben 400.000 aderenti su 1.200 circoli circa. Oggi il Pd può contare su circa 700.000 tesserati e 5000 circoli territoriali che, pur non essendo affatto pochi, risultano comunque essere molti meno della somma dei due partiti al momento dello scioglimento.
Questi due corpaccioni al momento del confronto congressuale cominciavano un “percorso” diviso in tappe che aveva come momento clou per l’appunto il voto dei propri iscritti sulle mozioni che, enunciando una visione dei problemi dell’Italia e del mondo, erano solitamente collegate a dei candidato alla segreteria nazionale del Partito. Gli iscritti erano chiamati a votare determinando così sia la linea politica sia il segretario nazionale.
Che cosa accadeva allora? La sezione di Trastevere a Roma, per esempio, convocava, in un arco di date stabilito, il proprio congresso. In quella data gli iscritti si recavano in sezione dove addirittura potevano in alcuni casi vedersi consegnare una cartellina, preparata dal gruppo dirigente locale (composto sempre esclusivamente da volontari) contenente dei documenti relativi al quartiere e delle proposte inerenti problemi e questioni della città e o della zona in questione oppure volantini su questa o quella campagna nazionale. Il congresso quindi si occupava anche di questioni che riguardavano direttamente la vita dei cittadini/militanti/ o iscritti, chiamateli come volete, con discussioni che pur partendo da una visione complessiva e globale della società arrivavano poi sempre a calarsi nella realtà circostante vissuta dalla comunità. Era la cosiddetta “politica della fontanella”. Il congresso eleggeva inoltre, in base al numero degli iscritti i propri delegati al livello superiore, quello di federazione, il segretario di sezione e il gruppo dirigente locale, che, oltre a dover rappresentare la mozione vincente, doveva essere composto in una percentuale rappresentativa dei consensi raccolti anche dalle altre mozioni. Insomma se su 100 iscritti la mozione di Caio raccoglieva il 30%, quella di Tizio il 30% e Sempronio il 40%, in un gruppo dirigente di 10 persone la ripartizione sarebbe stata: Caio 3 rappresentanti, Tizio 3 e Sempronio 4. Naturalmente a Sempronio spettava anche il segretario. Semplice e lineare. Lo stesso identico meccanismo si ripeteva ai livelli superiori: federale, regionale fino al nazionale, sia per quanto riguardava la composizione del gruppo dirigente sia per quanto riguardava l’elezione del segretario. Ma ciò che conta di più è che tutto si decideva, per quanto riguarda la raccolta dei consensi, nei congressi di sezione. Erano gli iscritti, quindi, a decidere la linea politica attraverso il voto sulle mozioni. Oggi invece le cose sono cambiate innanzitutto perché al punto 1 dell’articolo 1 dello statuto del Pd è scritto che il partito è composta da iscritti e da elettori. E’ l’istituzione di questa ultima figura che ha radicalmente cambiato le procedure dei vecchi congressi. Perché gli iscritti non hanno più una sovranità piena sul proprio partito, cioè contano ma non contano. Ma il punto 2, sempre dell’articolo 1, è ancora più chiaro poiché spiega: Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali
Infatti quello che realmente sta accadendo in queste ore nei circoli è che gli iscritti stanno votando delle mozioni che però non influiranno né sulla vita della sezione in cui la votazione fisicamente avviene né sulla vita dei livelli superiori. Infatti ciò che questo voto produrrà è soltanto una prima conta dei consensi sulle mozioni/candidati per scremare chi parteciperà alle primarie. In realtà questo momento interessa prevalentemente il candidato Ignazio Marino che deve cercare di superare il 5% dei consensi per poter accedere alla corsa del 25 ottobre. Un risultato che oltretutto sembra alla portata del senatore chirurgo che viaggia ormai attorno all’8% quando siamo al 37% dei congressi di circolo svolti.
L’11 ottobre prossimo, giorno della Convention nazionale piddina, si conteranno i voti pervenuti da tutti i congressi di circolo e confermati dalle Convention provinciali per licenziare chi effettivamente potrà partecipare alle primarie. Il momento centrale della vita del Pd come partito nazionale sarà infatti proprio il 25 ottobre, giorno in cui si voterà sia per il candidato alla segreteria nazionale sia per i candidati alle segreterie regionali. La vita delle sezioni, e delle federazioni, quindi, viene staccata da quella del partito nazionale per fare largo al diritto di decidere del cittadino elettore. Per eleggere i propri rappresentanti infatti i livelli provinciali, e con essi i circoli, dovranno svolgere il loro congresso tra novembre e dicembre ma comunque dopo il verdetto delle primarie. Insomma quella partecipazione organizzata che era una parte così importante della vita dei “vecchi” partiti oggi è suddivisa in momenti e soggetti differenti che spezzano quello che ieri appariva come un sistema decisionale che partendo a sua volta “dal basso” era in grado di decidere e di condizionare, almeno in parte, le questioni locali e nazionali. Un metodo antesignano del “nuovo” motto: think global e act local che tanto piace ad alcuni democrats. Oggi non è più così. Domani chissà.
sabato 26 settembre 2009
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