Quando entravi nel Bar di Vezio a Via dei Delfini spesso ti accoglieva una melodia di un antico Jazz. Accompagnato da quelle note, lo sguardo non poteva che perdersi in quella miriade di oggetti testimoni della storia del comunismo italiano e internazionale. Potevi ammirare le effigi di Lenin in molteplici forme. Da una tela che raffigurava il leader della rivoluzione russa nella celebre posa in cui arringa le folle appena arrivato alla stazione di San Pietroburgo, fino al suo volto ricamato su un telo donato dal Pc di una delle repubbliche centro asiatiche che lo ritraeva con un taglio degli occhi molto più orientale di quanto non li avesse davvero. Che Guevara, Fidel Castro, Tito, Stalin, Mao, Ho-Chi-Min troneggiavano in questo museo dei capi del comunismo. Insieme ai volti dei rivoluzionari di ogni angolo ed epoca c’erano i simboli del blocco orientale. L’Urss su tutti. E poi c’era il Pci. Tutti i suoi capi storici avevano più di uno spazio dedicato, insieme ai tanti dirigenti di storia più recente. Foto, ritratti e quant’altro raccontavano un legame inossidabile con il Partito Comunista Italiano e con le esperienze venute dopo. L’incontro emotivo con il Pci avvenne però prima di aprire il Bar in Via dei Delfini. Nell’estate del 1960 Vezio incontrò degli operai, amici di amici, che lavoravano in una fabbrica sulla Tiburtina, in partenza per la manifestazione di Genova contro il governo Tambroni. Per riconoscersi l’un l’altro questa piccola delegazione di operai comunisti romani aveva indossato delle magliette a righe. Quando Vezio vide in televisione le immagini che resteranno il simbolo di una generazione, gli parve di riconoscere quei ragazzi in partenza da Roma. Questo legame con il comunismo italiano che non abbandonerà mai, divenne ufficiale all’inizio degli anni 70, quando alla latteria di via dei Delfini venne affidato il rifornimento alla Direzione nazionale del Pci, nella storica sede di Via delle Botteghe Oscure, 4. Nel rapporto con quello che un tempo veniva chiamato “il Partito”, Vezio sviluppò un legame speciale con un altro mito dei militanti comunisti: la Vigilanza della Direzione. Rapporto anch’esso immortalato in più foto che campeggiavano nel suo Bar, e nei racconti infiniti con cui descriveva quest’altro pezzo di storia del più grande partito della sinistra italiana. Insieme alla passione politica Vezio coltivava quella per la musica, per lo sport, con la Roma sempre nel cuore, anch’essa immancabile presenza accanto ai rivoluzionari di ogni nazione, e per i gialli che lo avvicinarono all’investigazione per gli episodi di cronaca nera. Così, entrando nel tempio della memoria del comunismo a Roma, scoprivi che il suo animatore non era un personaggio semplice. Vezio Bagazzini, classe 1942, nato e cresciuto a Trastevere, figlio di un macellaio, amava anche il cinema. L’amore per il grande schermo gli venne trasmessa dal fatto – almeno così diceva – che a Trastevere le case erano molto grandi e visto che nel dopoguerra ci abitavano tante famiglie, con tanti figli, per avere un po’ di intimità, i genitori mandavano i piccoli al cinema. Non è un caso – diceva Vezio - che Trastevere sia il quartiere con la più alta densità di sale cinematografiche a Roma. La politica entrava un po’ anche in questa sua passione. Quando ero ancora all’Università ricordo di aver visto Vezio commuoversi descrivendo la scena del film “Casablanca” in cui Bogart, di fronte a dei soldati nazisti che cantavano canzoni del reich , iniziò a intonare dal suo pianoforte le note del “la Marsigliese”, infiammando così gli animi dei presenti e mettendo i nazisti nella condizione di doversene andare dal locale. Vezio era fatto così, non si vergognava di piangere di fronte a qualche amico ricordando una scena di un film o un episodio che lo aveva colpito. Come quando ricordava Berlinguer che iniziava tutte le giornate ordinando due litri di latte da portare a casa la sera. “Il suo primo pensiero ogni mattina – mi disse con gli occhi lucidi – andava alla sua famiglia”.
La sua scomparsa, avvenuta al termine di una malattia che non gli ha dato tregua negli ultimi anni, lascia un vuoto unico nel suo genere. Il vuoto creato dalla perdita di chi custodiva un pezzo di memoria collettiva capace di attraversare tante generazioni diverse, da quelle che quella storia la avevano vissuta a quelle che di quella storia si sentivano figlie. Forse, con la morte di Vezio Bagazzini, un altro pezzo di Pci e di storia della sinistra italiana è scomparso una seconda volta. Ciao, Vezio.
sabato 23 aprile 2011
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