Ci siamo, manca poco ormai al momento in cui si comincerà a votare per scegliere il prossimo segretario nazionale del Pd. I seggi, quasi 10.000 in tutta Italia e nelle circoscrizioni dell’estero, saranno aperti dalle 7 alle 20 di domani. Secondo Roberto Weber della Swg di Trieste, dovrebbero andare a votare il 50-60% di coloro che sono andati a votare la volta scorsa. Il che potrebbe voler dire circa 1 milione e mezzo do cittadini, realisticamente parlando. Un numero comunque alto di persone per una consultazione di questo tipo, fanno notare alcuni osservatori. La corsa però non ha entusiasmato un alto numero di donne democratiche: 7 su 10 secondo una rilevazione dell’Istituto Marketing e Tv, si sono dette deluse da questa competizione poiché, secondo molte intervistate, “l’antiberlusconi doveva essere una donna”.
Ma la scelta che gli elettori faranno domani cambierà il volto del Pd? Forse sì. E sono infatti febbrili e dense le ultime ore dei candidati in attesa del voto di oggi. Bersani ha passato l’ultimo giorno della sua campagna in Lombardia, dove a partire dalla mattina è stato impegnato in un giro di incontri che ha avuto come momento culmine la partecipazione alla marcia per il lavoro organizzata dalla Cgil e dalla Cisl della Lombardia insieme ad Acli e Arci.
La chiusura vera e propria invece Bersani l’ha fatta in Liguria insieme al candidato alla segreteria regionale Lorenzo Basso. Franceschini invece ha scelto il Nord Est per l’ultimo giorno di campagna; e così partendo da Casalecchio di Reno, e passando per la sua Ferrara a scelto come ultima tappa del tour Udine dove ha partecipato ad una iniziativa con la giovane pasionaria Deborah Serracchiani. Ignazio Marino ha passato il suo ultimo giorno di campagna a Roma per poi chiudere a Rieti. Nel Lazio infatti, dove gode dell’appoggio di Bettini, Meta e De Angelis, il senatore chirurgo punta al pieno di voti. Le ultime ore della corsa sono state turbate dal caso Marrazzo che alle quattro di ieri pomeriggio ha annunciato l’autosospensione da ogni incarico.
Sono state primarie dure dai toni anche aspri. Ma ieri i candidati in corsa per la leadership del Pd hanno voluto fare le loro ultime dichiarazioni sul partito che vorrebbero vedesse la luce: “Con queste primarie il Pd ha dimostrato di essere uscito dalla crisi” ha affermato Dario Franceshini da Marzabotto, per il suo decimo e ultimo discorso agli italiani per le primarie di domani. “Il voto dei militanti del Pd sarà la dimostrazione che ci siamo che abbiamo superato la crisi, che siamo più forti dei nostri errori, della nostra ricorrente vocazione all'autolesionismo, dei profeti di sventura, dei conservatori e di chi ci denigra”. “Questo non è più tempo di compromessi- ha mandato a dire Franceschini - di piccoli calcoli o di convenienze meschine. Chi cerca il potere per sopravvivere- conclude il segretario dei democratici- è già condannato a perdere”. Poi Franceschini ha detto; “potrebbe essere il mio ultimo discorso da Segretario”. Un incitamento forse per spingere all’ultima mobilitazione i suoi supporters. Bersani si augura che domani “vengano in tanti a votare” e poi indica ancora una volta la sua strada per uscire dalla crisi in cui versa il campo democratico: “Credo che sia chiara la mia idea di partito” - ha sottolineato Bersani rispondendo alle domande dei giornalisti. “Un partito più radicato, con la sua identità, che dia un messaggio più chiaro al lavoro, alle famiglie, alle piccole imprese ed alle nuove generazioni”.
“Proprio per questo - ha concluso l'esponente Pd - penso sia giusto costruire un'alternativa, cioè opporsi alle politiche sociali ed economiche del Governo ma anche offrire un’altra scelta”.
Diverso il tono del candidato chirurgo che ieri ha voluto che si aumentasse la diffusione del suo ultimo manifesto: “Sorprendiamo l’Italia”. Ferma la sua linea che punta al rinnovo radicale delle classi dirigenti piddine. Tanto che in un’intervista a Repubblica ha dichiarato cosa farebbe se dovesse vincere: “Sciolgo le correnti e faccio fare da un grande pittore i quadri dei personaggi da mettere nella galleria degli emeriti: il primo per Franco Marini, il secondo per Massimo D’Alema e il terzo per Walter Veltroni”. Ieri però Marino ha potuto incassare anche il sostegno di un gruppo di radicali del Pd. Donatella Poretti e Marco Perduca, insieme a Giancarlo Scheggi, segretario associazione radicale Andrea Tamburi di Firenze, andranno a votare per lui alle primarie che si svolgeranno domani. “Parteciperemo alla mobilitazione degli amici del Pd -si legge in un comunicato- sostenendo la candidatura di Ignazio Marino, con il quale in Senato ci troviamo quasi sempre d'accordo nell’espressione dei voti”. “Crediamo che Marino sia riuscito ad articolare, in modo partecipativo, una serie di proposte che vanno dal collegio uninominale maggioritario alla separazione netta tra Stato e Chiesa, dall’affermazione dei diritti civili alla libertà della ricerca scientifica fino alla depenalizzazione delle 'droghe leggere' e l'autocoltivazione della cannabis terapeutica - tutti temi che da decenni sono al centro della lotta politica, parlamentare e nonviolenta radicale”.
Ma al di là degli appoggi, ieri è stata anche la volta di Martinazzoli che si è espresso a favore di Bersani, è sulla natura stessa del partito che ha vertito il dibattito tra i candidati in corsa. Partito liquido o partito classico? Questo è il problema. Gli eterni nuovisti, ritrovatisi tutti nella mozione Franceschini, propendono per la prima opzione, e cioè un’organizzazione poco strutturata, con poche sezioni e associazioni di riferimento, un segretario che sia principalmente un leader capace di bucare il teleschermo e sparsi gruppi di supporters locali. Il secondo modello è quello che vuole trasformare l’attuale Pd in un partito sostanzialmente più tradizionale con gli iscritti, le sezioni, un rapporto dialettico con i sindacati e con diverse associazioni di riferimento. La formazione del gruppo dirigente, e non di una leadership solitaria, sarebbe affidata a canali come le federazioni, le sezioni, le competenze acquisite sul campo oltre che ad un rapporto costante, in realtà ancora tutto da costruire, con fondazioni e centri di formazione politica.
Ma domani si scontreranno anche due visioni diverse sul fronte delle alleanze: da una parte Franceschini ripropone la strada della vocazione maggioritaria, e cioè una nuova alleanze Pd-Idv con la proposta alla sinistra radicale e ai socialisti di entrare nella casa democratica. L’altra, quella di Bersani, propone la nascita di un nuovo centro sinistra con l’Udc, l’Idv e Sinistra e Libertà con il Pd a fare da perno della coalizione. I detrattori di questa impostazione dicono che di una nuova union sacré contro Berlusconi non si sente davvero il bisogno senza però spiegare con quali voti intenderebbero mandare a casa chi attualmente risiede a Palazzo Chigi. Chi ha retto finora il Pd inoltre, non si può dire che non abbia avuto campo libero. Basta controllare i gruppi parlamentari e i gruppi dirigenti per verificarne l’origine politica, quasi sempre di stretta osservanza veltroniana. Non a caso la quasi totalità del gruppo dirigente attuale si trova con Franceschini. Il punto però è che questa impostazione è risultata sconfitta dagli elettori prima e dagli iscritti al Pd poi. Adesso occorre aspettare il responso delle urne e da domani chiunque vinca dovrà fare i conti con i nodi politici e organizzativi finora non sciolti. Soltanto così si potrà costruire una forza riconoscibile per valori e strutture in grado di rappresentare una reale alternativa al centrodestra di Berlusconi.
domenica 25 ottobre 2009
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