Il Capo dello Stato chiede a "tutti uno sforzo di autocontrollo". Monito alla magistratura: “si attenga rigorosamente alla sua funzione”. Schifani: “serenita' democratica per le ormai indifferibili riforme”.
Fini: “messaggio da condividere totalmente”.
Bersani plaude.
ANM: BASTA AGGRESSIONI, NON SIAMO IN GUERRA CON NESSUNO La replica alle parole del premier: non accettiamo divisioni tra magistrati buoni e cattivi, neri o rossi. La giunta del sindacato incontra Fini.
Da queste notizie non si può che constatare che il nostro Paese ha ormai intrapreso una strada la cui via d'uscita non è data ancora di vedere. Le riforme auspicabili sono al momento inattuabili perché legate ai processi pendenti e futuri del Presidente del Consiglio. Prova ne sia l'aggressione ai giudici fatta ieri alla fine dell'incontro con la sua maggioranza e parti del governo. Tutto parrebbe legato alle rivelazioni che il pentito Spatuzza dovrebbe rilasciare alla fine della settimana prossima sulla presunta relazione tra Berlusconi, le stragi di mafia e la stessa nascita di Forza Italia.
Se tutto ciò fosse vero saremmo evidentemente di fronte all'impossibilità di intraprendere la strada delle riforme condivise: lo sa Berluscloni, che punterà ancora sull'anticomunismo e sull'antigiustizialismo, e per questo vuole un partito allineato e compatto ad ogni sua mossa. Lo sa Fini, che infatti non vuole terminare la sua carriera politica nel ruolo di Presidente della Camera passacarte del governo e che non si rassegna a giocare la parte della comparsa nel film diretto e prodotto da Berlusconi.
ECONOMIA - DUBAI WORLD, IL CICLONE NON INVESTE L'ITALIA Bankitalia: i nostri istituti non sono esposti. Passata la paura la borsa registra un rimbalzo.
Quì emerge un altro dato allarmante, ossia la voracità di un sistema probabilmente ormai irriformabile a cui manca una forte controparte con cui confrontarsi. Questa crisi dimostra ancora una volta che se il turboliberismo ha mostrato tutta la sua endemica fallacità ha purtroppo dimostrato anche di non avere rivali.
venerdì 27 novembre 2009
venerdì 20 novembre 2009
Che succede dentro Sinistra Democratica?
Cercare la giusta strada per la sinistra italiana non è mai stato facile. Men che meno, nella tormentata storia di questa parte politica, è stato costruire un soggetto politico nuovo e strutturato. Ed è proprio su questo punto che Sinistra Democratica è in difficoltà. Il movimento di ex Ds guidato da Fabio Mussi e Claudio Fava si trova di fronte a un bivio. Se finora infatti Sd era stata tra le forze più determinate a costruire un soggetto politico nuovo della sinistra, ragione per cui aveva sin da subito aderito a Sinistra l’Arcobaleno prima e Sinistra e Libertà poi, adesso comincia a sorgere qualche dubbio. Ma andiamo con ordine. La giornata di ieri si apre con un articolo del Corriere del Mezzogiorno che dà gli ex diessini di SeL già fuori dal progetto con tanto di associazione già pronta. “Una Bufala colossale” dicono dall’entourage di Mussi, descrivendo l’ex leader come “furibondo” per quell’articolo. E sia dunque. Ma dire che il dibattito sul “che fare?” in Sd non ci sia quello proprio non è possibile. E infatti, nelle ultime settimane si è aperta una fase di riflessione tra i componenti dell’ex correntone. Si tratta di uno di quei momenti in cui sorgono domande fondamentali come “chi siamo?” e soprattutto “dove vogliamo andare?”. Sì, perché con la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie e con la presunta socialdemocratizzazione del Pd, su cui infatti sono piombate subito le richieste di garanzia sul ‘rispetto del progetto originario’ dell’ala moderata di ex ppi, la musica dentro a Sinistra e Libertà è cambiata. I verdi prima e i socialisti poi hanno abbandonato il progetto, lasciando all’area vendoliana e alla componente di Sinistra Democratica la responsabilità di decidere se proseguire o meno sulla strada della costruzione del soggetto unico della sinistra.
Sul tappeto dei dirigenti di Sinistra e Democratica ci sono dunque due alternative: la prima, è quella di dare subito vita al nuovo soggetto della sinistra, opzione ormai considerata dai più come sempre meno praticabile; la seconda, restare Sinistra Democratica per tenersi le mani libere e poter pensare anche ad altre strade, magari subito dopo le regionali. Ed è proprio quest’ultima scelta che potrebbe prevalere tra gli ex Ds di Mussi e Fava.
Si parla di un dibattito serio e delicato, a tratti drammatici, dicono, ma aperto con nessuna delle due ipotesi del tutto esclusa dal novero delle possibilità. Certo non si tratta di tempi brevi ma di processi politici che , come è noto, sono spesso molto lunghi. Ma non lunghissimi visto che le regionali sono comunque alle porte. Il ragionamento parte innanzitutto dalla presa d’atto che il processo di ricostruzione e riorganizzazione della sinistra sia in questo momento molto più complesso e difficile di quanto si pensasse qualche tempo fa’. Arturo Scotto, responsabile Mezzogiorno di Sinistra Democratica già deputato Ds ai tempi dell’Unione, parla chiaro: “Non possiamo non guardare in faccia alla realtà. Prima c’è stata la sconfitta di Sinistra e l’Arcobaleno, adesso, con la fuoriuscita di Verdi e Socialisti, naufraga anche Sinistra e Libertà. Si dovrebbero fare inoltre i conti con quanto avviene nel centro sinistra adesso: dal nuovo Pd di Bersani che abbandona la vocazione maggioritaria, alla nuova Idv di Di Pietro e De Magistris, e del nuovo asse che quest’ultima sta istituendo con il Prc di Ferrero”. Insomma di carne al fuoco ce ne è e oggi (ieri) si deciderà, sia nella direzione di Sd, sia nel coordinamento di Sinistra e Libertà, di partecipare con convinzione alla manifestazione antiberlusconi del 5 dicembre. Ancora più chiaro sul futuro di Sinistra e Libertà è l’ex senatore Nuccio Iovene, “inutile continuare a dire che facciamo il partito unico della sinistra, perché questa opzione ha già subito due sconfitte significative. Siamo di fronte a qualcosa di più di una semplice battuta d’arresto. Quello che possiamo fare è cercare di arrivare alle elezioni regionali cercando di coinvolgere più forze possibili e verificando regione per regione, visto che vigono sistemi elettorali differenti e anche alleanze politiche diverse, per poi fare una verifica politica dopo il voto”. Sarebbe importante dicono alcuni che il 19 e 20 si decidessero tre cose: proseguire sulla strada dell’unificazione della sinistra, autonomia dal Pd ma con determinazione a volere costruire la coalizione e presentazione delle liste alle regionali.
Insomma l’ipotesi di costruire al più presto il nuovo soggetto unico della sinistra sembra perdere quotazioni tra gli ex diessini di Sinistra Democratica mentre sul resto vige ancora molta incertezza a parte il fatto di volere partecipare alla manifestazione promossa da Di Pietro il 5 dicembre prossimo. Siamo forse di fronte alla definitiva dimostrazione che oggi più di ieri non può esistere fuori dal Pd una sinistra con l’ambizione di governo ma che da questo può anche prescindere? Soltanto i dirigenti politici della ormai fu Sinistra e Libertà potranno rispondere nei prossimi mesi a questa domanda. Temiamo di conoscere già la risposta.
Sul tappeto dei dirigenti di Sinistra e Democratica ci sono dunque due alternative: la prima, è quella di dare subito vita al nuovo soggetto della sinistra, opzione ormai considerata dai più come sempre meno praticabile; la seconda, restare Sinistra Democratica per tenersi le mani libere e poter pensare anche ad altre strade, magari subito dopo le regionali. Ed è proprio quest’ultima scelta che potrebbe prevalere tra gli ex Ds di Mussi e Fava.
Si parla di un dibattito serio e delicato, a tratti drammatici, dicono, ma aperto con nessuna delle due ipotesi del tutto esclusa dal novero delle possibilità. Certo non si tratta di tempi brevi ma di processi politici che , come è noto, sono spesso molto lunghi. Ma non lunghissimi visto che le regionali sono comunque alle porte. Il ragionamento parte innanzitutto dalla presa d’atto che il processo di ricostruzione e riorganizzazione della sinistra sia in questo momento molto più complesso e difficile di quanto si pensasse qualche tempo fa’. Arturo Scotto, responsabile Mezzogiorno di Sinistra Democratica già deputato Ds ai tempi dell’Unione, parla chiaro: “Non possiamo non guardare in faccia alla realtà. Prima c’è stata la sconfitta di Sinistra e l’Arcobaleno, adesso, con la fuoriuscita di Verdi e Socialisti, naufraga anche Sinistra e Libertà. Si dovrebbero fare inoltre i conti con quanto avviene nel centro sinistra adesso: dal nuovo Pd di Bersani che abbandona la vocazione maggioritaria, alla nuova Idv di Di Pietro e De Magistris, e del nuovo asse che quest’ultima sta istituendo con il Prc di Ferrero”. Insomma di carne al fuoco ce ne è e oggi (ieri) si deciderà, sia nella direzione di Sd, sia nel coordinamento di Sinistra e Libertà, di partecipare con convinzione alla manifestazione antiberlusconi del 5 dicembre. Ancora più chiaro sul futuro di Sinistra e Libertà è l’ex senatore Nuccio Iovene, “inutile continuare a dire che facciamo il partito unico della sinistra, perché questa opzione ha già subito due sconfitte significative. Siamo di fronte a qualcosa di più di una semplice battuta d’arresto. Quello che possiamo fare è cercare di arrivare alle elezioni regionali cercando di coinvolgere più forze possibili e verificando regione per regione, visto che vigono sistemi elettorali differenti e anche alleanze politiche diverse, per poi fare una verifica politica dopo il voto”. Sarebbe importante dicono alcuni che il 19 e 20 si decidessero tre cose: proseguire sulla strada dell’unificazione della sinistra, autonomia dal Pd ma con determinazione a volere costruire la coalizione e presentazione delle liste alle regionali.
Insomma l’ipotesi di costruire al più presto il nuovo soggetto unico della sinistra sembra perdere quotazioni tra gli ex diessini di Sinistra Democratica mentre sul resto vige ancora molta incertezza a parte il fatto di volere partecipare alla manifestazione promossa da Di Pietro il 5 dicembre prossimo. Siamo forse di fronte alla definitiva dimostrazione che oggi più di ieri non può esistere fuori dal Pd una sinistra con l’ambizione di governo ma che da questo può anche prescindere? Soltanto i dirigenti politici della ormai fu Sinistra e Libertà potranno rispondere nei prossimi mesi a questa domanda. Temiamo di conoscere già la risposta.
mercoledì 18 novembre 2009
Il malessere dei cattolici piddini: "non abbiamo le chiavi di casa"
Quale futuro attende il partito democratico? Sono in molti a porsi questa domanda da quando Pier Luigi Bersani ha vinto le primarie. Soprattutto gli ex Ppi di Marini, Fioroni e compagnia. E fin dall’intervento dell’ex Presidente del Senato, Franco Marini, all’Assemblea nazionale del 7 novembre, nel momento in cui non si è detto certo di poter dire di avere le “chiavi di casa” di questo nuovo Pd, si è acclarato un malessere della cosiddetta area cattolica. E se a quel malessere si è aggiunta qualche ora dopo la defezione, già largamente preannunciata, di Francesco Rutelli e di qualche altro parlamentare sparso (una decina in tutto) vuol dire che qualche reale motivazione politica si sta realmente profilando.
Certo Rosy Bindi è stata eletta Presidente del partito e Enrico Letta Vice Segretario. Ma basteranno queste due mosse e la presidenza del gruppo alla Camera a Dario Franceschini a tranquillizzare, non dei dirigenti politici qua e là, bensì quelle fasce di elettorato cattolico preoccupate della deriva a sinistra che starebbe prendendo il Pd di Bersani? Secondo alcuni noti dirigenti di area ex Ppi la risposta a questa domanda naturalmente è “No”. “E’ Bersani che deve farsene carico” – ha detto Pierluigi Castagnetti intervistato da Claudio Sardo su Red Tv parlando proprio della condizione attuale dei cattolici democratici nel Pd.
Dello stesso avviso si è detto qualche giorno fa’ anche l’ex Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, “Io mi sento rappresentato da un progetto politico in campo non dalle poltrone date a questo o a quello”. E ieri, in occasione della riunione dell’area che ha sostenuto Dario Franceschini alla segreteria, chiamata a licenziare la sua candidatura alla Presidenza del gruppo, data ormai per scontata, Fioroni ha chiesto proprio al diretto interessato alcune garanzie: "Non basta che il Partito democratico continui ad esistere- è stato il suo ragionamento - deve farlo nelle forme originarie che abbiamo scelto”. Fioroni insomma ha chiesto garanzie sull'identità plurale del Pd. “Nel Pd tutti devono poter sentirsi a casa, tutti devono poter parlare sentendosi a pieno titolo cittadini di questo partito”. Pronta è stata la replica di Franceschini che nel suo intervento ha detto: “c’è l'intesa dei vertici nazionali per una gestione unitaria del Pd che sarà tanto più necessaria quanto più ci si avvicinerà alle regionali. Sono stato chiaro con Bersani- avrebbe ricordato l'ex segretario- noi vogliamo poter dire la nostra, senza che questo significhi peccare di lesa maestà”.
Il Pd si trova nella solita simpatica situazione: da una parte i dipietristi-girotondini pronti a fare l’esame di antiberlusconismo al nuovo segretario e al suo gruppo dirigente, come si è potuto vedere nello scontro diretto tra Bersani e Di Pietro proprio sulla manifestazione del 5 dicembre. E dall’altro l’ala moderata che chiede garanzie sul “mantenimento del progetto originario. La strada per costruire un nuovo Pd per un nuovo centro sinistra sarà dunque ancora lunga e tortuosa.
Certo Rosy Bindi è stata eletta Presidente del partito e Enrico Letta Vice Segretario. Ma basteranno queste due mosse e la presidenza del gruppo alla Camera a Dario Franceschini a tranquillizzare, non dei dirigenti politici qua e là, bensì quelle fasce di elettorato cattolico preoccupate della deriva a sinistra che starebbe prendendo il Pd di Bersani? Secondo alcuni noti dirigenti di area ex Ppi la risposta a questa domanda naturalmente è “No”. “E’ Bersani che deve farsene carico” – ha detto Pierluigi Castagnetti intervistato da Claudio Sardo su Red Tv parlando proprio della condizione attuale dei cattolici democratici nel Pd.
Dello stesso avviso si è detto qualche giorno fa’ anche l’ex Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, “Io mi sento rappresentato da un progetto politico in campo non dalle poltrone date a questo o a quello”. E ieri, in occasione della riunione dell’area che ha sostenuto Dario Franceschini alla segreteria, chiamata a licenziare la sua candidatura alla Presidenza del gruppo, data ormai per scontata, Fioroni ha chiesto proprio al diretto interessato alcune garanzie: "Non basta che il Partito democratico continui ad esistere- è stato il suo ragionamento - deve farlo nelle forme originarie che abbiamo scelto”. Fioroni insomma ha chiesto garanzie sull'identità plurale del Pd. “Nel Pd tutti devono poter sentirsi a casa, tutti devono poter parlare sentendosi a pieno titolo cittadini di questo partito”. Pronta è stata la replica di Franceschini che nel suo intervento ha detto: “c’è l'intesa dei vertici nazionali per una gestione unitaria del Pd che sarà tanto più necessaria quanto più ci si avvicinerà alle regionali. Sono stato chiaro con Bersani- avrebbe ricordato l'ex segretario- noi vogliamo poter dire la nostra, senza che questo significhi peccare di lesa maestà”.
Il Pd si trova nella solita simpatica situazione: da una parte i dipietristi-girotondini pronti a fare l’esame di antiberlusconismo al nuovo segretario e al suo gruppo dirigente, come si è potuto vedere nello scontro diretto tra Bersani e Di Pietro proprio sulla manifestazione del 5 dicembre. E dall’altro l’ala moderata che chiede garanzie sul “mantenimento del progetto originario. La strada per costruire un nuovo Pd per un nuovo centro sinistra sarà dunque ancora lunga e tortuosa.
martedì 10 novembre 2009
Bertinotti a Red Tv: "Centrsinistra idoneo a favorire il cambiamneto ma non la trasformazione"
Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera e leader storico della sinistra radicale italiana entra verso le 11.20 nella redazione di Red Tv per un’intervista con Mario Adinolfi durante la trasmissione “Finimondo”. Sfoglia i giornali in redazione prima di avviarsi al piano superiore dove avrà luogo una discussione a tutto campo che, partita dalla riflessione aperta dalle cerimonie per i 20 anni dalla caduta del muro svoltesi ieri, ha portato rapidamente all’analisi delle lotte e delle sconfitte subite, chi più chi meno, dalle sinistre europee. A partire dalla domanda di fondo se si stava meglio quando si stava peggio, riferito alle popolazioni dell’Europa orientale ma anche ovviamente a chi, avendo rappresentato una delle versioni del comunismo, è comunque chiamato a rendere conto, l’ex leader di Rifondazione comunista ha voluto subito rispondere con un altro quesito: “Ma chi è che sta meglio oggi? Ricordo una riflessione fatta di recente dallo storico marxista Eric Hobsbawn il quale in un seminario organizzato dalla Fondazione Gorbaciov ha indicato una delle chiavi interpretative per il nostro tempo, “20 anni fa dicevamo che quel mondo era finito, oggi diciamo che il nostro mondo vive una crisi grave”. Ma a parte la riflessione più generale sul fatto in sé e sul bilancio che dei nostri tempi si può fare in corso d’opera la discussione si è spostata sulla parte politica che da quell’evento è stata principalmente colpita, e cioè la Sinistra. “Si pensava che la caduta del muro avrebbe investito principalmente i comunisti ma si è compiuto un errore di sottovalutazione degli effetti di lunga durata che quell’evento ha generato”, ha detto Bertinotti, senza voler per altro dimostrare di avere alcun rimpianto per i sistemi autoritari di oltre cortina: “Dal nostro punto di vista, cioè quello europeo occidentale, nessuno avrebbe fatto a cambio, e oggi quelle popolazioni stanno certamente meglio ma utilizzando solo questo paradigma non si capirebbe il fenomeno che ha attraversato Berlino, e cioè quello della Nostalgie” .“Un fenomeno che in sostanza vuole denunciare principalmente la mancanza di una città più rassicurante e di relazioni interpersonali più profonde. Quindi la nostalgia per le lunghe chiacchere, per quella socialità e per il tempo passato insieme”. Ed è questa parte che Bertinotti porterebbe, “estraendola dalle macerie”, nel futuro. “Ma – ha sottolineato - farei sempre vedere insieme i due film simbolo delle due facce della medaglia: “Goodbye Lenin” per quanto riguarda la Nostalgie e “Le vite degli Altri” per quanto riguarda la realtà dura e pervasiva dei regimi totalitari del socialismo reale”. Insomma probabilmente – ha rilevato l’ex leader del Prc - quella nostalgia non ci sarebbe stata in Germania se la globalizzazione non avesse così devastato le relazioni interpersonali.” Ecco però che dalla riflessione su quanto accaduto in passato si è arrivato a quanto avviene oggi e sul perché le sinistre vivano la crisi che vivono. Certamente c’entra eccome la fine del muro e l’incapacità di una riflessione seria e approfondita sulle conseguenze politiche più generali che quel crollo ha determinato. Ed è qui che Bertinotti ha illustrato la sua versione indicando 3 ragioni: “La prima è che partendo dalla caduta del muro si era pensato che quella sconfitta sarebbe ricaduta principalmente sui partiti comunisti. Invece a 20 anni di distanza bisogna riconoscere che ne hanno fatto le spese anche i socialisti, socialdemocratici e laburisti europei”. “Perché in altre parti del mondo la sinistra non sta così male – ha sottolineato Bertinotti -, penso all’America Latina, oppure alla riforma della sanità voluta da Obama che avvicina molto quella parte alle parole d’ordine di quella che è stata la sinistra europea”.
“l’altro motivo risiede nella storia degli ultimi anni, e cioè prima i comunisti, socialisti e socialdemocratici europei hanno dato vita al più grande compromesso sociale mai visto al mondo. Ma poi – ha scandito Bertinotti -, quel modello è stato sconfitto. Infine l’ultimo motivo è il fallimento dei governi di centro sinistra di fronte alla globalizzazione e la sfiducia che nel proprio elettorato di riferimento essi hanno generato.” E sulla sinistra italiana ha detto: “l’uscita dall’esperienza del novecento si è tradotta in sostanza in una proposta di modernizzazione del paese mentre è stata completamente abbandonata la frontiere della trasformazione e del cambiamento. La sinistra europea o diventa di nuovo un soggetto della trasformazione oppure non ce la fa”.
La riflessione che sulla storia della sinistra italiana Bertinotti ha proposto è la seguente: “se partiamo dalla riflessione sul centrosinistra dantan e cioè quello del 1961-63, prima di Fanfani e poi di Moro, dobbiamo come sinistre tentare un bilancio della storia dell’alleanza di centro sinistra. Questo vuol dire affrontare temi economici, sociali e politici. Io penso che sostanzialmente quella sia stata un’alleanza idonea a favorire la trasformazione ma inidonea a favorire il cambiamento”.
“l’altro motivo risiede nella storia degli ultimi anni, e cioè prima i comunisti, socialisti e socialdemocratici europei hanno dato vita al più grande compromesso sociale mai visto al mondo. Ma poi – ha scandito Bertinotti -, quel modello è stato sconfitto. Infine l’ultimo motivo è il fallimento dei governi di centro sinistra di fronte alla globalizzazione e la sfiducia che nel proprio elettorato di riferimento essi hanno generato.” E sulla sinistra italiana ha detto: “l’uscita dall’esperienza del novecento si è tradotta in sostanza in una proposta di modernizzazione del paese mentre è stata completamente abbandonata la frontiere della trasformazione e del cambiamento. La sinistra europea o diventa di nuovo un soggetto della trasformazione oppure non ce la fa”.
La riflessione che sulla storia della sinistra italiana Bertinotti ha proposto è la seguente: “se partiamo dalla riflessione sul centrosinistra dantan e cioè quello del 1961-63, prima di Fanfani e poi di Moro, dobbiamo come sinistre tentare un bilancio della storia dell’alleanza di centro sinistra. Questo vuol dire affrontare temi economici, sociali e politici. Io penso che sostanzialmente quella sia stata un’alleanza idonea a favorire la trasformazione ma inidonea a favorire il cambiamento”.
lunedì 2 novembre 2009
Pollastrini: "Il Pd guardi alle tante rabbie e coraggi presenti nella società italiana"
Barbara Pollastrini parla di un risultato davvero bello raggiunto da queste primarie, non solo per la sua Milano dove sono andate a votare più persone della volta precedente ma anche per “il momento difficile segnato dall’intreccio tra crisi democratica e crisi economica. ” Buoni i primi passi mossi da Bersani”, dice agli Altri ma parla anche di una responsabilità collegiale di fronte ai tre milioni di elettori che al nuovo Pd e a un nuovo centrosinistra chiedono una svolta. “Bisogna reinsediare valori e civismo nella società italiana” insiste e parla della scommessa che il Pd ha davanti a sé: “il compito è quello di unire il drammatico disagio sociale all’indignazione morale e rappresentarli insieme”. Barbara Pollastrini non crede a una assuefazione diffusa, vede potenzialità nei conflitti aperti nella società da diversi soggetti ma teme la fragilità della politica nell'indicare un orizzonte comune di rivincita. Racconta: “Sant. Agostino diceva che la speranza ha due figli: la rabbia e il coraggio. Oggi potremmo dire che ci sono tante rabbie e tanti coraggi, sta al Pd e ai progressisti unirle e rappresentarle.”
Barbara Pollastrini che giudizio dà sulle primarie di domenica?
La sensazione che ho provato in Lombardia è stata bella, calda come il cielo di quella giornata. L'immagine è quella di un popolo contro il populismo. E ciò in un momento molto difficile segnato da una crisi democratica e da una crisi economica dagli sbocchi inquietanti. Il nostro congresso fino alla partecipazione alle primarie ha mostrato un antidoto e una risorsa per tutti.
Prima dagli operai a Prato, poi un giro di colloqui con le forze politiche dell’opposizione e con i vertici delle Istituzioni. Come le sono sembrati i primi passi mossi dal neosegretario Bersani?
Buoni davvero. La sua prima battuta da segretario dice molto di lui “nella vittoria di tutti c’è anche la mia”. Con il termine ‘tutti’ Bersani ha inteso il pluralismo del PD, ma credo qualcosa di più. La sinistra, i progressisti come comunità che deve ritrovare un cammino per l'alternativa. D'altronde dall'inizio aveva affermato ‘No ad un uomo solo al comando’. In un Paese oggi malato di plebiscitarismo e con un crepuscolo del bersluconismo che rende evidente la continuità con la parte peggiore e più oscura della storia d'Italia, una leadership è tanto più autorevole quanto sa investire su classi dirigenti di qualità nei territori e al centro, capaci di promuovere movimento delle coscienze, di coinvolgere altri. I suoi primi passi dicono di uno stile. Essere sé stesso anche per comunicare un messaggio di autonomia dai poteri mediatici, economici ed ecclesiali. Una responsabilità anche per ognuno di noi. Di fronte a quei 3 milioni di elettori che erano lì per chiedere una svolta al Pd e al nuovo centrosinistra in termini di opposizione, di alternativa credibile, di coerenze.
Quali sono secondo lei le priorità per il Partito Democratico: le alleanze, il profilo identitario o altro?
Intanto recuperare l’ambizione morale di un partito storico. C’è bisogno di rialzare l’asticella delle idee e dei traguardi. Un partito ha senso storico se si propone un balzo in avanti in termini di uguaglianza e libertà per milioni e milioni di persone. Con uno sguardo sul mondo: Obama, Lula, la Cina, le grandi leadership si confrontano col mondo. Non si possono rimuovere le oltre 50 guerre che affliggono il pianeta, i disastri ambientali, la fame, ingiustizie inaccettabili. Il grande tema dei diritti umani a partire dalle donne. Crescono i fondamentalismi e il corpo delle donne, la dignità femminile è il “campo di battaglia” per un dominio proprietario e maschilista. Proprio perché la pressione delle donne per la loro libertà come libertà di tuttie l'affermazione di nuove leadership è incontenibile. Pensa all'Iran, nei territori diseredati dell'Africa, dell'India. Ma anche in Italia l’alfabeto della politica del Partito democratico deve ricominciare proprio dai termini: libertà, uguaglianza e democrazia. Ricordiamoci sempre che nel nostro Paese l’allargamento dei diritti sociali, civili è tutt’uno con la crescita economica complessiva, con la possibilità di fare saltare chiusure, opacità,, familismo e promuovere talenti, dinamismo.
E quindi?
Vedo una segmentazione dei movimenti. Manifestano i lavoratori atipici e gli operai, ci si mobilita contro l'omofobia, per la ricerca scientifica, si raccolgono firme per la dignità femminile, il bel corteo contro il razzismo o l'impegno contro le mafie, associazioni di solidarietà. E poi le tante persone che, in solitudine, non chinano la testa. Ma tutto questo è ancora diviso. Insisto, il compito del Pd e di un nuovo centrosinistra è quello di unire il drammatico disagio sociale all’indignazione morale e rappresentarli insieme. Da qui deriverà la forza e la tenuta delle alleanze politiche. Da una visione sul cambiamento da proporre per la società italiana.
Ma come si mettono d’accordo Casini e Vendola ad esempio sui temi etici?
Non è facile lo so e per quanto mi riguarda su quei temi mi sento più vicina a Vendola. Intanto ci si confronti sulla democrazia, sull'evidenza che investire sui diritti e i doveri della persona è la via per consolidare quei principi costituzionali oggi messi a rischio. A Casini chiederei come è possibile produrre una crescita senza considerare la spinta di una responsabilità individuale? Ma questa responsabilità individuale può fermarsi innanzi alle scelte che le sono più proprie? La dichiarazione di fine vita, una convivenza regolata nei diritti e doveri, un uso serio della fecondazione assistita? In Europa credenti e non anche tra leadership moderate hanno posizioni aperte su questi temi, per non parlare dei progressisti.
Senta onorevole, la reazione della Bindi a Berlusconi ha suscitato un’ondata di orgoglio nel mondo delle donne. Si è trattato di un momento mediatico o di un qualcosa di più profondo?
Le donne non sono in silenzio. Né nel mondo, come cercavo di dire, né in Italia. Anche rinunciare alla maternità per molte è il modo per esprimere l'insopportabilità di una precarietà feroce. Se si osserva vedi quante donne protagoniste nel sindacato, nei comitati, nelle associazioni, nell'impresa. Quanti successi nello studio e nella ricerca. Quante fatiche ma quanta voglia di farcela. Ancora una volta è la politica, la nostra ad apparire fragile, a non rappresentare. Per questo volgiamo voltare pagina. Sant Agostino diceva che la speranza ha due figli: la rabbia e il coraggio. Oggi io vedo tante rabbie e tanti coraggi. Sta a noi, un noi largo, unirle e rappresentarle. Rosy ha fatto questo, anche simbolicamente, ecco perché ha riscosso consenso.
Barbara Pollastrini che giudizio dà sulle primarie di domenica?
La sensazione che ho provato in Lombardia è stata bella, calda come il cielo di quella giornata. L'immagine è quella di un popolo contro il populismo. E ciò in un momento molto difficile segnato da una crisi democratica e da una crisi economica dagli sbocchi inquietanti. Il nostro congresso fino alla partecipazione alle primarie ha mostrato un antidoto e una risorsa per tutti.
Prima dagli operai a Prato, poi un giro di colloqui con le forze politiche dell’opposizione e con i vertici delle Istituzioni. Come le sono sembrati i primi passi mossi dal neosegretario Bersani?
Buoni davvero. La sua prima battuta da segretario dice molto di lui “nella vittoria di tutti c’è anche la mia”. Con il termine ‘tutti’ Bersani ha inteso il pluralismo del PD, ma credo qualcosa di più. La sinistra, i progressisti come comunità che deve ritrovare un cammino per l'alternativa. D'altronde dall'inizio aveva affermato ‘No ad un uomo solo al comando’. In un Paese oggi malato di plebiscitarismo e con un crepuscolo del bersluconismo che rende evidente la continuità con la parte peggiore e più oscura della storia d'Italia, una leadership è tanto più autorevole quanto sa investire su classi dirigenti di qualità nei territori e al centro, capaci di promuovere movimento delle coscienze, di coinvolgere altri. I suoi primi passi dicono di uno stile. Essere sé stesso anche per comunicare un messaggio di autonomia dai poteri mediatici, economici ed ecclesiali. Una responsabilità anche per ognuno di noi. Di fronte a quei 3 milioni di elettori che erano lì per chiedere una svolta al Pd e al nuovo centrosinistra in termini di opposizione, di alternativa credibile, di coerenze.
Quali sono secondo lei le priorità per il Partito Democratico: le alleanze, il profilo identitario o altro?
Intanto recuperare l’ambizione morale di un partito storico. C’è bisogno di rialzare l’asticella delle idee e dei traguardi. Un partito ha senso storico se si propone un balzo in avanti in termini di uguaglianza e libertà per milioni e milioni di persone. Con uno sguardo sul mondo: Obama, Lula, la Cina, le grandi leadership si confrontano col mondo. Non si possono rimuovere le oltre 50 guerre che affliggono il pianeta, i disastri ambientali, la fame, ingiustizie inaccettabili. Il grande tema dei diritti umani a partire dalle donne. Crescono i fondamentalismi e il corpo delle donne, la dignità femminile è il “campo di battaglia” per un dominio proprietario e maschilista. Proprio perché la pressione delle donne per la loro libertà come libertà di tuttie l'affermazione di nuove leadership è incontenibile. Pensa all'Iran, nei territori diseredati dell'Africa, dell'India. Ma anche in Italia l’alfabeto della politica del Partito democratico deve ricominciare proprio dai termini: libertà, uguaglianza e democrazia. Ricordiamoci sempre che nel nostro Paese l’allargamento dei diritti sociali, civili è tutt’uno con la crescita economica complessiva, con la possibilità di fare saltare chiusure, opacità,, familismo e promuovere talenti, dinamismo.
E quindi?
Vedo una segmentazione dei movimenti. Manifestano i lavoratori atipici e gli operai, ci si mobilita contro l'omofobia, per la ricerca scientifica, si raccolgono firme per la dignità femminile, il bel corteo contro il razzismo o l'impegno contro le mafie, associazioni di solidarietà. E poi le tante persone che, in solitudine, non chinano la testa. Ma tutto questo è ancora diviso. Insisto, il compito del Pd e di un nuovo centrosinistra è quello di unire il drammatico disagio sociale all’indignazione morale e rappresentarli insieme. Da qui deriverà la forza e la tenuta delle alleanze politiche. Da una visione sul cambiamento da proporre per la società italiana.
Ma come si mettono d’accordo Casini e Vendola ad esempio sui temi etici?
Non è facile lo so e per quanto mi riguarda su quei temi mi sento più vicina a Vendola. Intanto ci si confronti sulla democrazia, sull'evidenza che investire sui diritti e i doveri della persona è la via per consolidare quei principi costituzionali oggi messi a rischio. A Casini chiederei come è possibile produrre una crescita senza considerare la spinta di una responsabilità individuale? Ma questa responsabilità individuale può fermarsi innanzi alle scelte che le sono più proprie? La dichiarazione di fine vita, una convivenza regolata nei diritti e doveri, un uso serio della fecondazione assistita? In Europa credenti e non anche tra leadership moderate hanno posizioni aperte su questi temi, per non parlare dei progressisti.
Senta onorevole, la reazione della Bindi a Berlusconi ha suscitato un’ondata di orgoglio nel mondo delle donne. Si è trattato di un momento mediatico o di un qualcosa di più profondo?
Le donne non sono in silenzio. Né nel mondo, come cercavo di dire, né in Italia. Anche rinunciare alla maternità per molte è il modo per esprimere l'insopportabilità di una precarietà feroce. Se si osserva vedi quante donne protagoniste nel sindacato, nei comitati, nelle associazioni, nell'impresa. Quanti successi nello studio e nella ricerca. Quante fatiche ma quanta voglia di farcela. Ancora una volta è la politica, la nostra ad apparire fragile, a non rappresentare. Per questo volgiamo voltare pagina. Sant Agostino diceva che la speranza ha due figli: la rabbia e il coraggio. Oggi io vedo tante rabbie e tanti coraggi. Sta a noi, un noi largo, unirle e rappresentarle. Rosy ha fatto questo, anche simbolicamente, ecco perché ha riscosso consenso.
domenica 25 ottobre 2009
Primarie: la posta in gioco
Ci siamo, manca poco ormai al momento in cui si comincerà a votare per scegliere il prossimo segretario nazionale del Pd. I seggi, quasi 10.000 in tutta Italia e nelle circoscrizioni dell’estero, saranno aperti dalle 7 alle 20 di domani. Secondo Roberto Weber della Swg di Trieste, dovrebbero andare a votare il 50-60% di coloro che sono andati a votare la volta scorsa. Il che potrebbe voler dire circa 1 milione e mezzo do cittadini, realisticamente parlando. Un numero comunque alto di persone per una consultazione di questo tipo, fanno notare alcuni osservatori. La corsa però non ha entusiasmato un alto numero di donne democratiche: 7 su 10 secondo una rilevazione dell’Istituto Marketing e Tv, si sono dette deluse da questa competizione poiché, secondo molte intervistate, “l’antiberlusconi doveva essere una donna”.
Ma la scelta che gli elettori faranno domani cambierà il volto del Pd? Forse sì. E sono infatti febbrili e dense le ultime ore dei candidati in attesa del voto di oggi. Bersani ha passato l’ultimo giorno della sua campagna in Lombardia, dove a partire dalla mattina è stato impegnato in un giro di incontri che ha avuto come momento culmine la partecipazione alla marcia per il lavoro organizzata dalla Cgil e dalla Cisl della Lombardia insieme ad Acli e Arci.
La chiusura vera e propria invece Bersani l’ha fatta in Liguria insieme al candidato alla segreteria regionale Lorenzo Basso. Franceschini invece ha scelto il Nord Est per l’ultimo giorno di campagna; e così partendo da Casalecchio di Reno, e passando per la sua Ferrara a scelto come ultima tappa del tour Udine dove ha partecipato ad una iniziativa con la giovane pasionaria Deborah Serracchiani. Ignazio Marino ha passato il suo ultimo giorno di campagna a Roma per poi chiudere a Rieti. Nel Lazio infatti, dove gode dell’appoggio di Bettini, Meta e De Angelis, il senatore chirurgo punta al pieno di voti. Le ultime ore della corsa sono state turbate dal caso Marrazzo che alle quattro di ieri pomeriggio ha annunciato l’autosospensione da ogni incarico.
Sono state primarie dure dai toni anche aspri. Ma ieri i candidati in corsa per la leadership del Pd hanno voluto fare le loro ultime dichiarazioni sul partito che vorrebbero vedesse la luce: “Con queste primarie il Pd ha dimostrato di essere uscito dalla crisi” ha affermato Dario Franceshini da Marzabotto, per il suo decimo e ultimo discorso agli italiani per le primarie di domani. “Il voto dei militanti del Pd sarà la dimostrazione che ci siamo che abbiamo superato la crisi, che siamo più forti dei nostri errori, della nostra ricorrente vocazione all'autolesionismo, dei profeti di sventura, dei conservatori e di chi ci denigra”. “Questo non è più tempo di compromessi- ha mandato a dire Franceschini - di piccoli calcoli o di convenienze meschine. Chi cerca il potere per sopravvivere- conclude il segretario dei democratici- è già condannato a perdere”. Poi Franceschini ha detto; “potrebbe essere il mio ultimo discorso da Segretario”. Un incitamento forse per spingere all’ultima mobilitazione i suoi supporters. Bersani si augura che domani “vengano in tanti a votare” e poi indica ancora una volta la sua strada per uscire dalla crisi in cui versa il campo democratico: “Credo che sia chiara la mia idea di partito” - ha sottolineato Bersani rispondendo alle domande dei giornalisti. “Un partito più radicato, con la sua identità, che dia un messaggio più chiaro al lavoro, alle famiglie, alle piccole imprese ed alle nuove generazioni”.
“Proprio per questo - ha concluso l'esponente Pd - penso sia giusto costruire un'alternativa, cioè opporsi alle politiche sociali ed economiche del Governo ma anche offrire un’altra scelta”.
Diverso il tono del candidato chirurgo che ieri ha voluto che si aumentasse la diffusione del suo ultimo manifesto: “Sorprendiamo l’Italia”. Ferma la sua linea che punta al rinnovo radicale delle classi dirigenti piddine. Tanto che in un’intervista a Repubblica ha dichiarato cosa farebbe se dovesse vincere: “Sciolgo le correnti e faccio fare da un grande pittore i quadri dei personaggi da mettere nella galleria degli emeriti: il primo per Franco Marini, il secondo per Massimo D’Alema e il terzo per Walter Veltroni”. Ieri però Marino ha potuto incassare anche il sostegno di un gruppo di radicali del Pd. Donatella Poretti e Marco Perduca, insieme a Giancarlo Scheggi, segretario associazione radicale Andrea Tamburi di Firenze, andranno a votare per lui alle primarie che si svolgeranno domani. “Parteciperemo alla mobilitazione degli amici del Pd -si legge in un comunicato- sostenendo la candidatura di Ignazio Marino, con il quale in Senato ci troviamo quasi sempre d'accordo nell’espressione dei voti”. “Crediamo che Marino sia riuscito ad articolare, in modo partecipativo, una serie di proposte che vanno dal collegio uninominale maggioritario alla separazione netta tra Stato e Chiesa, dall’affermazione dei diritti civili alla libertà della ricerca scientifica fino alla depenalizzazione delle 'droghe leggere' e l'autocoltivazione della cannabis terapeutica - tutti temi che da decenni sono al centro della lotta politica, parlamentare e nonviolenta radicale”.
Ma al di là degli appoggi, ieri è stata anche la volta di Martinazzoli che si è espresso a favore di Bersani, è sulla natura stessa del partito che ha vertito il dibattito tra i candidati in corsa. Partito liquido o partito classico? Questo è il problema. Gli eterni nuovisti, ritrovatisi tutti nella mozione Franceschini, propendono per la prima opzione, e cioè un’organizzazione poco strutturata, con poche sezioni e associazioni di riferimento, un segretario che sia principalmente un leader capace di bucare il teleschermo e sparsi gruppi di supporters locali. Il secondo modello è quello che vuole trasformare l’attuale Pd in un partito sostanzialmente più tradizionale con gli iscritti, le sezioni, un rapporto dialettico con i sindacati e con diverse associazioni di riferimento. La formazione del gruppo dirigente, e non di una leadership solitaria, sarebbe affidata a canali come le federazioni, le sezioni, le competenze acquisite sul campo oltre che ad un rapporto costante, in realtà ancora tutto da costruire, con fondazioni e centri di formazione politica.
Ma domani si scontreranno anche due visioni diverse sul fronte delle alleanze: da una parte Franceschini ripropone la strada della vocazione maggioritaria, e cioè una nuova alleanze Pd-Idv con la proposta alla sinistra radicale e ai socialisti di entrare nella casa democratica. L’altra, quella di Bersani, propone la nascita di un nuovo centro sinistra con l’Udc, l’Idv e Sinistra e Libertà con il Pd a fare da perno della coalizione. I detrattori di questa impostazione dicono che di una nuova union sacré contro Berlusconi non si sente davvero il bisogno senza però spiegare con quali voti intenderebbero mandare a casa chi attualmente risiede a Palazzo Chigi. Chi ha retto finora il Pd inoltre, non si può dire che non abbia avuto campo libero. Basta controllare i gruppi parlamentari e i gruppi dirigenti per verificarne l’origine politica, quasi sempre di stretta osservanza veltroniana. Non a caso la quasi totalità del gruppo dirigente attuale si trova con Franceschini. Il punto però è che questa impostazione è risultata sconfitta dagli elettori prima e dagli iscritti al Pd poi. Adesso occorre aspettare il responso delle urne e da domani chiunque vinca dovrà fare i conti con i nodi politici e organizzativi finora non sciolti. Soltanto così si potrà costruire una forza riconoscibile per valori e strutture in grado di rappresentare una reale alternativa al centrodestra di Berlusconi.
Ma la scelta che gli elettori faranno domani cambierà il volto del Pd? Forse sì. E sono infatti febbrili e dense le ultime ore dei candidati in attesa del voto di oggi. Bersani ha passato l’ultimo giorno della sua campagna in Lombardia, dove a partire dalla mattina è stato impegnato in un giro di incontri che ha avuto come momento culmine la partecipazione alla marcia per il lavoro organizzata dalla Cgil e dalla Cisl della Lombardia insieme ad Acli e Arci.
La chiusura vera e propria invece Bersani l’ha fatta in Liguria insieme al candidato alla segreteria regionale Lorenzo Basso. Franceschini invece ha scelto il Nord Est per l’ultimo giorno di campagna; e così partendo da Casalecchio di Reno, e passando per la sua Ferrara a scelto come ultima tappa del tour Udine dove ha partecipato ad una iniziativa con la giovane pasionaria Deborah Serracchiani. Ignazio Marino ha passato il suo ultimo giorno di campagna a Roma per poi chiudere a Rieti. Nel Lazio infatti, dove gode dell’appoggio di Bettini, Meta e De Angelis, il senatore chirurgo punta al pieno di voti. Le ultime ore della corsa sono state turbate dal caso Marrazzo che alle quattro di ieri pomeriggio ha annunciato l’autosospensione da ogni incarico.
Sono state primarie dure dai toni anche aspri. Ma ieri i candidati in corsa per la leadership del Pd hanno voluto fare le loro ultime dichiarazioni sul partito che vorrebbero vedesse la luce: “Con queste primarie il Pd ha dimostrato di essere uscito dalla crisi” ha affermato Dario Franceshini da Marzabotto, per il suo decimo e ultimo discorso agli italiani per le primarie di domani. “Il voto dei militanti del Pd sarà la dimostrazione che ci siamo che abbiamo superato la crisi, che siamo più forti dei nostri errori, della nostra ricorrente vocazione all'autolesionismo, dei profeti di sventura, dei conservatori e di chi ci denigra”. “Questo non è più tempo di compromessi- ha mandato a dire Franceschini - di piccoli calcoli o di convenienze meschine. Chi cerca il potere per sopravvivere- conclude il segretario dei democratici- è già condannato a perdere”. Poi Franceschini ha detto; “potrebbe essere il mio ultimo discorso da Segretario”. Un incitamento forse per spingere all’ultima mobilitazione i suoi supporters. Bersani si augura che domani “vengano in tanti a votare” e poi indica ancora una volta la sua strada per uscire dalla crisi in cui versa il campo democratico: “Credo che sia chiara la mia idea di partito” - ha sottolineato Bersani rispondendo alle domande dei giornalisti. “Un partito più radicato, con la sua identità, che dia un messaggio più chiaro al lavoro, alle famiglie, alle piccole imprese ed alle nuove generazioni”.
“Proprio per questo - ha concluso l'esponente Pd - penso sia giusto costruire un'alternativa, cioè opporsi alle politiche sociali ed economiche del Governo ma anche offrire un’altra scelta”.
Diverso il tono del candidato chirurgo che ieri ha voluto che si aumentasse la diffusione del suo ultimo manifesto: “Sorprendiamo l’Italia”. Ferma la sua linea che punta al rinnovo radicale delle classi dirigenti piddine. Tanto che in un’intervista a Repubblica ha dichiarato cosa farebbe se dovesse vincere: “Sciolgo le correnti e faccio fare da un grande pittore i quadri dei personaggi da mettere nella galleria degli emeriti: il primo per Franco Marini, il secondo per Massimo D’Alema e il terzo per Walter Veltroni”. Ieri però Marino ha potuto incassare anche il sostegno di un gruppo di radicali del Pd. Donatella Poretti e Marco Perduca, insieme a Giancarlo Scheggi, segretario associazione radicale Andrea Tamburi di Firenze, andranno a votare per lui alle primarie che si svolgeranno domani. “Parteciperemo alla mobilitazione degli amici del Pd -si legge in un comunicato- sostenendo la candidatura di Ignazio Marino, con il quale in Senato ci troviamo quasi sempre d'accordo nell’espressione dei voti”. “Crediamo che Marino sia riuscito ad articolare, in modo partecipativo, una serie di proposte che vanno dal collegio uninominale maggioritario alla separazione netta tra Stato e Chiesa, dall’affermazione dei diritti civili alla libertà della ricerca scientifica fino alla depenalizzazione delle 'droghe leggere' e l'autocoltivazione della cannabis terapeutica - tutti temi che da decenni sono al centro della lotta politica, parlamentare e nonviolenta radicale”.
Ma al di là degli appoggi, ieri è stata anche la volta di Martinazzoli che si è espresso a favore di Bersani, è sulla natura stessa del partito che ha vertito il dibattito tra i candidati in corsa. Partito liquido o partito classico? Questo è il problema. Gli eterni nuovisti, ritrovatisi tutti nella mozione Franceschini, propendono per la prima opzione, e cioè un’organizzazione poco strutturata, con poche sezioni e associazioni di riferimento, un segretario che sia principalmente un leader capace di bucare il teleschermo e sparsi gruppi di supporters locali. Il secondo modello è quello che vuole trasformare l’attuale Pd in un partito sostanzialmente più tradizionale con gli iscritti, le sezioni, un rapporto dialettico con i sindacati e con diverse associazioni di riferimento. La formazione del gruppo dirigente, e non di una leadership solitaria, sarebbe affidata a canali come le federazioni, le sezioni, le competenze acquisite sul campo oltre che ad un rapporto costante, in realtà ancora tutto da costruire, con fondazioni e centri di formazione politica.
Ma domani si scontreranno anche due visioni diverse sul fronte delle alleanze: da una parte Franceschini ripropone la strada della vocazione maggioritaria, e cioè una nuova alleanze Pd-Idv con la proposta alla sinistra radicale e ai socialisti di entrare nella casa democratica. L’altra, quella di Bersani, propone la nascita di un nuovo centro sinistra con l’Udc, l’Idv e Sinistra e Libertà con il Pd a fare da perno della coalizione. I detrattori di questa impostazione dicono che di una nuova union sacré contro Berlusconi non si sente davvero il bisogno senza però spiegare con quali voti intenderebbero mandare a casa chi attualmente risiede a Palazzo Chigi. Chi ha retto finora il Pd inoltre, non si può dire che non abbia avuto campo libero. Basta controllare i gruppi parlamentari e i gruppi dirigenti per verificarne l’origine politica, quasi sempre di stretta osservanza veltroniana. Non a caso la quasi totalità del gruppo dirigente attuale si trova con Franceschini. Il punto però è che questa impostazione è risultata sconfitta dagli elettori prima e dagli iscritti al Pd poi. Adesso occorre aspettare il responso delle urne e da domani chiunque vinca dovrà fare i conti con i nodi politici e organizzativi finora non sciolti. Soltanto così si potrà costruire una forza riconoscibile per valori e strutture in grado di rappresentare una reale alternativa al centrodestra di Berlusconi.
sabato 24 ottobre 2009
Primarie: Domani seggi aperti dalle 7 alle 20. V otate Bersani
Cari amici domani si vota dalle 7 alle 20 per eleggere il nuovo segretario nazionale del Partito Democratico. Da mesi mi sto spendendo insieme a tanti altri per fare eleggere Pier Luigi Bersani che già nel dibattito tra gli iscritti è uscito vincitore raccolgiendo oltr il 55% dei consensi. Bersani possiede tutti i requisiti necessari per ricostruire il Partito Democratico e per mettere insieme una coalizione in grado di battere Berlusconi. Se sei d'accordo manda a votare qualche amico e parente. Ricordati che per votare bisogna essere in possesso di un documento valido e della propria tessera elettorale. Per trovare il tuo seggio clicca qui: http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/producer.aspx?t=/servizi/primarie09/ricercaseggi.htm
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